Stai leggendo
Perchè leggere storie (apologia della sospensione dell’utile)

Perchè leggere storie (apologia della sospensione dell’utile)

Benedetta Capriotti

Sono Rebecca e per un’estate ho avuto una rana appena al collo. Lo scoprirete presto, ma prima ho un paio di cose da dire. 

Mi chiamo Rebecca Mombelli e lavoro da diverso tempo nell’editoria per ragazzi. Da qualche anno assisto a un fenomeno editoriale che ha sempre più slancio e che a me sembra paradossale: in un paese di non-lettori (allego alcuni dati in fondo all’articolo) l’interesse degli editori e delle librerie, specialmente quelle di catena, si sta spostando dalla produzione di narrativa a quella che si definisce non-fiction (letteralmente non narrativa, e dunque tutto quello che rientra nella sfera della divulgazione e dell’approfondimento di contenuti).

In particolar modo nel settore ragazzi si vede una crescita sostanziale di due temi specifici: quello biografico, con un accento prevalente alle biografie femminili, e quello scientifico

Dico che questo fenomeno mi sembra paradossale perché, nella mia ottica di lettrice, sarei naturalmente portata a pensare che un pubblico per la maggior parte di non-lettori venga più facilmente catturato da una raccolta di storie piuttosto che da testi sulla vita di una persona famosa (testi che si trovano facilmente in internet in forma non molto diversa da quella pubblicata, oltretutto) o su approfondimenti sulla fisica e la matematica. 

Ma la tendenza è piuttosto chiara, e quindi mi chiedo: perché sta succedendo? Che al lettore italiano, già piuttosto pigro, non piaccia più la narrativa? E da lì la domanda si apre ad una più complessa: perché noi, i lettori cosiddetti forti, la leggiamo? 

Questo articolo è la risposta che ho provato a darmi, una risposta forse timida e semplice a un tema certamente complesso e articolato. Ma voleva almeno la pena provarci. 

Perché leggiamo le storie?

Per provare a rispondere ho voluto partire dall’inizio del mio rapporto con la scrittura, che non è molto diverso da quello di un ragazzino che segua oggi il percorso della scuola dell’obbligo. Ancora oggi, infatti, negli anni venti del secondo millennio dopo Cristo, si assegnano compiti come i temutissimi resoconti delle vacanze.

Non nascondo che li ricordo con una certa sofferenza. Il risultato di questi componimenti era una cosa del tipo “quest’estate sono andata ho fatto ho visto mi sono divertita molto”. Il fine era sviluppare una scrittura che fosse asciutta e precisa, che ci rendesse in grado di esprimere eventi semplici nel modo giusto, che rispettasse quella che è la grammatica dello scrivere: imparare a non iniziare le frasi con il ma e ad usare le h in maniera opportuna. 

Ebbene per moltissimo tempo questa cosa qui, per me, è stata la scrittura. Scrivere, e scrivere bene, non era altro che una questione di rendicontazione dell’esistenza, una faccenda di rappresentazione della realtà nella sua obiettiva e smerigliata oggettività. 

Anni dopo, quando ormai non dovevo più rendere noto ai miei insegnanti delle mie faccende vacanziere, venni a conoscenza del fatto che un tale chiamato James Joyce si era messo a scrivere un resoconto altrettanto dettagliato di UN SOLO GIORNO della vita DI UN SOLO UOMO. Settecento pagine e la quasi totale assenza di punteggiatura. 

Mea culpa, io l’Ulisse non l’ho mai davvero finito, ma il solo fatto di averlo iniziato a leggere ha modificato la mia esperienza di lettrice: è cambiata in me l’idea di quello che si può fare scrivendo. E in qualche modo, contestualmente, è cambiata anche l’idea di come si può essere, in relazione alle cose del mondo. 

In buona sostanza, tornando alle vacanze e alle rane di cui sopra, avevo scoperto che non tutti gli eventi hanno lo stesso valore e che la memoria, come la lettura, è un esercizio attivo. Avevo scoperto che gli eventi potevano essere gonfiati e sgonfiati, per avvicinarli o allontanarli nella scrittura in base all’importanza che avevano in relazione alla mia persona. 

Avevo scoperto, non me l’avevano spiegato. L’avevo saputo, ne avevo avuto esperienza. Ed è qui il punto: la differenza che intercorre tra una bella storia e un libro di non-fiction è la differenza che passa tra spiegare a qualcuno come andare in bicicletta oppure farlo salire e cominciare a spingerlo, aiutandolo a tenere dritto il manubrio. 

La differenza che intercorre tra una bella storia e un libro di non-fiction è la differenza che passa tra spiegare a qualcuno come andare in bicicletta oppure farlo salire e cominciare a spingerlo. Condividi il Tweet

Realizzavo, in quel momento, che quando mia sorella mi aveva lanciato addosso una rana per scherzo, e questa rana era rimasta impigliata alla mia collanina, quegli attimi erano stati più intensi e più lunghi di tutto il resto dell’estate messa assieme. 

Realizzavo anche che nessuno, a scuola, mi aveva insegnato a trovare quel nesso che esiste tra letteratura e pensiero, tra letteratura e vita; nessuno mi aveva insegnato che si può parlare di un fatto piccolo per comunicarne uno grande, o che una trama semplice può nascondere un sottotesto importante. 

Mi accorgo adesso che per alcuni è ancora così: la lettura è per loro segregata alla dimensione dell’apprendere, e gli editori tendono ad assecondare questa direzione.

Ho paura che il trend che sposta l’interesse del mercato verso la divulgazione nei libri per ragazzi possa creare una stortura senza precedenti, ovvero che la lettura sia sempre più associata a un dovere, all’imperativo dell’imparare, mentre perda quella caratteristica immaginifica e sognatrice che a me piace chiamare “sospensione dell’utile”.

Penso, in sintesi, che per i ragazzi la lettura non dovrebbe essere vista come un supporto alla scuola, ma dovrebbe far loro il dono della possibilità: la lettura non dovrebbe servire a spiegarci le leggi della fisica, ma darci una visione di un mondo possibile perché è il possibile, e non il vero, a rendere le nostre vite più piene. 

La lettura dovrebbe farci il dono della possibilità, darci la visione di un mondo possibile perché è il possibile, e non il vero, a rendere le nostre vite più piene. Condividi il Tweet

Così, sospendendo l’utilità di questo mio divagare, ecco il tema delle mie vacanze del 1998, così come avrei voluto scriverlo allora.

Maestra di allora, se mi leggi: questa si chiama sineddoche. 


Racconta le tue vacanze – estate 1998

Sono state vacanze molto belle e ho fatto moltissime cose; ma voglio scriverne solo una perché lo so già che verrà raccontata per sempre e quindi tanto vale che la dica io. 

Un giorno siamo stati a fare una passeggiata e mia sorella con il suo amico stavano sempre davanti con le mani nella terra; lo fanno sempre e prima mi divertivo anche io ma adesso non lo faccio più perché sono grande e sto dietro con la mamma anche se i loro discorsi non li capisco e non parlano davvero con me. Però posso tenere il guinzaglio quindi io e il mio cane camminiamo sempre insieme e quello è il mio dovere. 

Io stavo ferma ad aspettare che il mio cane finiva di annusare quando mia sorella si è girata di colpo e mi è corsa vicino e poi mi ha lanciato una cosa addosso. Quella cosa era una rana gigante, era enorme e viscida e si era impigliata con la zampa alla catenina e io non sapevo più cosa fare perché era troppo schifosa per toccarla e non potevo nemmeno correre via o tirare dei calci a mia sorella che rideva tantissimo senza aiutarmi. Rideva anche la mamma a dire la verità ma poi mi ha aiutata e finalmente ero libera e anche la rana era libera e mia sorella ha iniziato a correre e io volevo fare qualcosa per fargliela vedere ma niente poteva essere così orribile come una rana attaccata alla catenina e quindi sono rimasta ferma lì. 

Mia sorella dice che ho urlato e che era una ranocchia piccola ma non è vero, e comunque faceva schifo. Io ricordo solo che sono rimasta paralizzata dall’orrore e lo ricordo ancora ora. 

Le mie vacanze sono andate così e ho fatto molte gite e visto cose strane ma ci ricorderemo solo di questa cosa e allora il resto del tempo l’ho passato a trovare qualcosa che fosse altrettanto schifoso da fare a mia sorella, ma è lei il genio delle cose schifose e credo che non la batterò mai.


Come promesso, in chiusura allego alcuni rapporti sulla produzione e lettura di libri negli ultimi due anni, in Italia e all’estero:

DATI SULLA LETTURA IN ITALIA

DATI SULLA LETTURA IN EUROPA

Vedi i commenti (0)

Leave a Reply

Your email address will not be published.

© 2019 Alessio De Santa
Torna su